Lezione di poesia


 

 Akka, sud del Marocco - 2012

Jamila Hassoune, libraia di Marrakech, organizza, dal 2006, la Carovana del Libro, uno spazio culturale mobile che ogni anno, con 15-20 volontari di tutto il mondo, porta nelle zone rurali interne del Marocco gli strumenti per l’accesso al sapere e il contatto fra giovani di aree culturali diverse.


"Considero la cultura e l’educazione una condizione indispensabile per la costruzione di uno spirito di cittadinanza responsabile; l’educazione è la colonna portante di tutto: bisogna investire nelle scuole, incoraggiare la lettura. Questo vale anche per i paesi europei: dobbiamo tutti interrogarci su che cosa si offre ai nostri giovani perché possano integrarsi. È la cultura che ci permette di crescere e diventare tolleranti: noi accettiamo l’altro perché siamo curiosi di capirlo. L’esperienza della Carovana mi conferma in ogni occasione il valore dell’apertura delle menti e di una conoscenza accessibile a tutti. La cultura non può essere qualcosa di riservato alle élite, dev’essere parte integrante della nostra vita quotidiana.

Personalmente mi auguro che i nostri paesi diano alla cultura il giusto peso, affinché i nostri giovani siano fieri della loro storia e del loro patrimonio, maturino un sentimento di orgoglio di sé; un antidoto importante contro la china della disperazione e del non-dialogo. Al fondo della violenza c’è l’assenza di dialogo. La cultura ci dà la possibilità di instaurare uno scambio reale con l’altro da noi; e se l’altro non suscita paura, potrà arricchirci con le sue idee e le sue opinioni" 

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Dalla Carovana 2012:

"Mi porto a casa il caldo del deserto, la polvere soffice, le donne imbozzolate in magnifici tessuti

Mi porto a casa i bicchieri di tè dolce, il tempo trascorso seduti sui tappeti, le mani ruvide e callose delle donne che stringono le mie, l’ospitalità con cui ci accolgono

Mi porto a casa la bella Zara dal portamento regale, che non è più voluta andare a scuola dopo che è stata picchiata, che non è sposata e nemmeno ci tiene, e lavora nell’associazione di Aicha.

Mi porto a casa la scuola di Akka, che sembrava davvero di essere in una scuola dell’antica Alessandria d’Egitto, con nugoli di ragazzi e ragazze animati dalla febbre di chi si sta buttando nella vita

Mi porto a casa la loro curiosità, i loro sguardi aperti e mai sfuggenti, i loro sorrisi, il loro calore, la loro avidità di conoscere

Mi porto a casa le ragazze che hanno voluto conoscermi, intraprendenti e schiette, e la ragazza che mi ha fermato solo per dirmi che le piacevano i miei occhi

Mi porto a casa le storie sui tanti ebrei che abitavano lì, e che oggi sono migrati verso le città, verso Israele o verso il Canada. E l’intervento del direttore della scuola, che dice di come gli ebrei siano presenti in tutta la loro cultura, e racconta di quando sua madre prendeva con un mestolo il sangue del montone appena ucciso, intingeva la mano e faceva una croce all’esterno della porta di casa

Mi porto a casa l’incontro tra la vecchia Henryane e i giovani della scuola che la ascoltano narrare della Tangeri della sua giovinezza, cosmopolita e internazionale

Mi porto a casa il vulcanico direttore della scuola primaria, che ci ha trascinato a vedere le incisioni rupestri neolitiche facendo una magnifica camminata nel deserto. I suoi racconti di quando il Fronte Polisario attaccò la scuola e quella dei quaderni degli studenti delle famiglie ebree che poi hanno lasciato Akka, che loro conservano nella speranza di restituirli ai proprietari

Mi porto a casa l’incredibile silenzio del deserto, e la mia camminata solitaria

Mi porto a casa gli uomini che di lavoro stanno tutto il tempo a guardare la ciotola dell’acqua

Mi porto a casa la visita all’oasi sulle tracce del cammino dell’acqua, accompagnati dalla nostra guida, il motociclista della Falcon rossa. La bellezza dei piccoli orti sotto il fresco delle palme, che mi fanno pensare alla mia Mirleft. E i bambini che ci seguivano e giocavano a nascondersi quando gli puntavo la macchina fotografica, e che hanno fatto tutta la strada del ritorno suonando percussioni improvvisate, e Fausto che ballava davanti a loro.

Mi porto a casa l’emozione di Hafida, Aasma e Zakaria, che scoprivano un Marocco che nemmeno i loro genitori conoscono.

Mi porto a casa i tajine e i cus cus squisiti, e soprattutto l’insuperabile tajin con prugne e uvetta

Mi porto a casa la performance di Jamila in abiti da cerimonia, le sue risate, la sua energia e il suo fischietto arancione

Mi porto a casa quei quindici minuti di ballo inaspettati a suon di percussioni, brucianti come un lampo di passione, dopo un pranzo abbondante

Mi porto a casa Adnan che ci porta sul tetto della casa di Agadir Ouzrou e ci mostra il panorama delle case costruite con il fango rosato, e tutt’intorno il deserto, e dice “c’est magnifique….” ed è vero.

Mi porto a casa tutte le ragazze premiate per le migliori poesie

Mi porto a casa le nostre belle colazioni insieme e le cene, che presto sono diventate familiari e ci hanno permesso di conoscerci. Noi diciotto.

Mi porto a casa la piazza di Tata, i tavolini sulla strada, le case rosa, la gente che passeggia e che sta seduta a godersi il fresco della sera

Mi porto casa il gruppo di adolescenti che ha chiesto a Rabea come avesse fatto a diventare quello che è, e lei ha tenuto una magnifica lezione sull’arte di essere protagonisti della propria vita: “Sono quella che sono perché ho studiato. Dovete studiare e chiedervi ogni sera cosa avete imparato. Condividete con gli altri il vostro sapere, e apprendete dal sapere degli altri. Ognuno di noi è responsabile del futuro di tutti, e le cose non piovono dal cielo”. Quaranta minuti di appassionata lezione, che i ragazzi seguono come rapiti da lei, anche io che non capisco una parola di arabo

Mi porto a casa il corpo asciutto da vecchio albero del combattente per l’indipendenza del Marocco, poi militante comunista, che ha deciso di aprire un museo con l’archivio di cose che ha raccolto nella sua lunga vita

Mi porto a casa la bella faccia di Aicha, vissuta 18 anni in Francia e poi tornata in Marocco, energica matrona dell’associazione di donne dove lavora

Mi porto a casa i saluti con i ragazzi, l’ultimo giorno, e le foto con loro

Mi porto a casa il mio scialle berbero come quello delle donne berbere, il succo di datteri delle donne di Agadir Ouzrou, l’olio di argan, le essenze di gelsomino e zagara

Mi porto a casa questo magnifico terrazzo dove tra poco farò colazione, nel centro di Marrakech

Mi porto a casa l’opulenza della piazza di Marrakech, i musicisti, i bambini che ballano, i serpenti che strisciano e tirano su la testa, i banchetti di carne, datteri, fichi secchi, arance, curcuma e cumino, i carretti di dolci che passano, gli uomini che ti assaltano per farti mangiare nel loro baracchino, le donne che fanno i disegni di henna nelle mani, il brulichio del suck.

Mi porto a casa gli asini dallo sguardo commovente, che ragliano anche nel centro di Marrakech, e le cicogne che arrivano qui dall’Alsazia

Mi porto a casa la calma placida dei paesi nel deserto e il traffico caotico di Marrakech. Il caldo delle notti a Tata e il rumore della pioggia notturna a Marrakech

 Mi porto a casa i Schukran, Sabah al-khir, Salam, Insha'Allah…."

(Marzia Bisognin - Carovana del libro 2012)